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La Macchina delle Bugie 
Dentro e dietro la tv, sotto i titoli dei giornali, tra le pieghe delle intercettazioni, bruciano i fatti. L’Italia di oggi inventata, manipolata e negata dal potere dei media. Con una intervista a Roberto Saviano.
Autore: Loris Mazzetti Editore: Bur Data pubblicazione: Novembre 2008
Tipo: Libro Pagine: 366 Formato: 13x20
Categorie: Attualità, Critica sociale, Disinformazione
Prezzo € 10,00
http://www.articolo21.info/4978/editoriale/la-macchina-delle-bugie.html
La macchina delle bugie recensione di di Tana De Zulueta
Nell'introduzione a 'La macchina delle bugie', il suo ultimo libro sull'abuso di potere televisivo in Italia, Loris Mazzetti chiarisce il suo punto di partenza: “Lavoro nella televisore ormai da tanti anni, conosco i meccanismi e come le notizie vengono riportate dai notiziari.” O meglio, come racconta il libro, come non vengono riportate.L'intento, dunque, è in parte pedagogico. Il risultato, però, è un libro di denuncia, scritto da uno che si ritiene un testimone, per certi versi privilegiato, della manipolazione della democrazia italiana attraverso i media. Qualunque cosa macini la macchina del potere televisivo italiano il primo beneficiario è  il “grande puparo” Silvio Berlusconi, tornato capo indisturbato dei media e del potere politico, ma il vizio è antico. Quella della “macchina delle bugie”, come racconta questo veterano della Rai,  è una lunga storia.
   “Non è sufficiente denunciare l'esistenza di un pericolo, bisogna spiegarlo, farlo capire alla gente svelando i meccanismi usati per attuarlo”, scrive Mazzetti. Ma chi si aspetta di trovare la chiave di volta di un ricettario futuribile, con trucchi ipnotici e un uso sapiente della tecnologia al fine di manipolare le masse, rimarrà deluso. Questa è una storia di peccati antichi: la bugia, la vigliaccheria, la sopraffazione, l'ipocrisia. Non c'è trucco, basta la malafede per arrivare all'Italia di oggi secondo Mazzetti: “Paese inventato, manipolato e negato dal potere dei media”. Mazzetti fu per lunghi anni il collaboratore più stretto di Enzo Biagi, regista di Il Fatto e dei suoi migliori lavori televisivi. Collaborarono fino alla fine, e l'uscita, volutamente umiliante, del più amato e più credibile giornalista del servizio pubblico radiotelevisivo italiano, a cui fu dato il benservito dalla Rai del secondo governo Berlusconi tramite raccommandata con ricevuta di ritorno. Il libro apre con i funerali di Biagi, occasione per rivivere il passato. Sono le parole dello stesso Biagi a riassumere il problema esistenziale dei media, con la sua solita lapidaria semplicità: “Attorno al potere ci sono quelli che ballano, lo hanno sempre fatto. Lo facevano quando c'era il Duce, lo fanno con tutti quelli che comandano e che possono distribuire favori”, aveva detto dopo il licenziamento in un intervista con Marco Travaglio (tratto dal film Viva Zapatero di Sabina Guzzanti) citato nel libro.  La Rai, come Mazzetti sa bene, è sempre stata un appendice del potere politico in Italia. Ma per Mazzetti esiste uno spartiacque: il giorno del cosiddetto “editto bulgaro”, la conferenza stampa del 2001, a Sofia in Bulgaria, durante la quale Berlusconi lanciò il suo anatema contro “l'uso criminoso della televisione” da parte di Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi. All'editto bulgaro seguì una nuova stagione di assoggettamento sistematico della macchina dell'informazione televisiva. In questo contesto non c'era semplicemente più posto per un professionista indipendente del calibro di Biagi. La caccia fu implacabile. Estromesso da RaiUno, non gli fu nemmeno concesso di prolungare l'esperimento di Rotocalco Italiano su RaiTre cinque anni dopo. L'espediente, in questo caso, fu l'orario: avrebbe dovuto presentare un programma di approfondimento prima delle notizie. Passò la mano.
Dovete subire anche l'offesa della menzogna. Berlusconi e i suoi sottoposti hanno detto più volte che Biagi lasciò di sua volontà per motivi economici. Lo disse anche in un'intervista recente con Gianni Riotta, senza che il direttore del Tg1 sollevasse la minima obiezione. “Quest'uomo l'hanno ucciso, è stato un ostracismo, non c'è spiegazione”, tuonò un vecchio amico di Biagi citato da Mazzetti, il cardinale Ersilio Tonini, il giorno del funerale. Di questa indignazione è intriso il libro. Se la storia delle epurazioni eccellenti dalla Rai sono state già narrate da autori come Travaglio e Peter Gomez, gli antefatti potrebbero essere meno conosciuti dagli studenti di scienze della comunicazione di oggi. Questo è il senso della “storia infinita” a cui Mazzetti accenna nel capitolo intitolato L'ombra del potere sul servizio pubblico, e a cui ritorna con una serie di episodi inediti nel corso del libro. Le censure risalgono agli albori, insieme alle raccomandazioni. Forse l'episodio più deprimente riguarda un documentario sull'eccidio di Marzabotto commissionato al regista Luigi Di Gianni nel 1961 e subito caduto sotto la mannaia di una censura più meschina che politica. “Troppo atroce”, dissero i dirigenti Rai, mentre il presidente fanfaniano Ettore Bernabei spedì un'altro regista, Siro Marcellini, in Emilia a girare un secondo documentario, meno “enfatico”. In seguito all'interrogazione parlamentare di due senatori ex-partigiani il documentario di Di Gianni, fatto interamente di interviste girate sul luogo del massacro, venne comunque mandato in onda -- con qualche mese di ritardo. Di questo filmato, però, non rimane più traccia presso le Teche Rai, mentre è stato regolarmente conservato il filmato di Marcellini. “Probabilmente fu distrutto poco dopo”, scrive Mazzetti.
   Mentre nel suo primo saggio, 'Il libro nero della Rai', Mazzetti rievoca la parte migliore della storia del servizio pubblico, i grandi sceneggiati, Canzonissima, le inchieste, la tv dei ragazzi, prima di passare alla denuncia delle scorribande recenti, in questo secondo libro cerca le radici di quel male cronico: le interferenze della politica nella tv di stato. “La televisione di Stato da anni è sempre stata terra di conquista, da una parte e dall'altra”, scrive Mazzetti nel capitolo intitolato Armi di distrazione di massa. E più avanti: “Quando un politico italiano vince le elezioni e arriva alla presidenza del Consiglio, una delle prime reazioni è organizzare il proprio ufficio stampa. L'operazione successiva prevede un giornalista di fiducia a capo della più importante testata italiana: il Tg1”. Una storia vecchia. “Vi era una spartizione politica delle reti: RaiUno alla Dc, RaiDue al Psi e RaiTre al Pci-Pds. I telegiornali concedevano ai partiti accesso pari alla loro forza parlamentare. Era una sorta di pluralismo alla buona, ma condiviso da tutti”. E questo, forse, era il problema. Quelle aperture successive alle due formazioni di sinistra avevano portato aria fresca e nuovi talenti. Quanto bastava per appagare le deboli sentinelle della libera informazione nostrana. La nozione del “cane da guardia della democrazia”, cara alla cultura giornalistica americana, e citata nel libro, non ha mai realmente attecchito in Italia. Il “quinto potere” giornalistico che esercita una funzione correttiva sul potere politico esiste solo nei sceneggiati. Alla terzietà, almeno come obiettivo, ci credono in pochi. E nessun politico di calibro nazionale resiste al vizio della telefonata in redazione. La strada era dunque spianata per l'uragano Berlusconi.
   E' utile, a questo proposito, ripercorrere la storia, rievocata nel libro, della stesura della prima legge di assetto televisivo, la legge Mammì. Il piano delle frequenze fu materialmente scritto in un ufficio di Segrate, a due passi della Fininvest, società capofila dell'impero mediatico di Berlusconi, con alcuni tecnici della ditta impegnati a seguire i lavori (fatto chiarito da una successiva inchiesta di Mani Pulite). Circa sei mesi dopo avere lasciato il ministero delle Poste, l'assistente del ministro Oscar Mammì, Davide Giacalone, diventò consulente della Fininvest. Mancavano ancora quattro anni alla “scesa in campo” del beneficiaro di questa legge scritta su misura, ma il dado era tratto. Se, come scrive Mazzetti, Berlusconi ha stravolto i vecchi equilibri della lottizzazione televisiva, lo aveva fatto molto prima dello “spartiacque” dell'editto bulgaro, il 18 aprile 2002, giorno in cui sarebbe “scattato qualcosa che ha corrotto definitivamente il pluralismo e la libertà di informazione”. In questi ultimi anni Berlusconi ha potuto fare e disfare la televisione, pubblica e privata, a suo piacimento, a prescindere dal fatto che fosse o meno al governo.
   Per capire fino a che punto questo era vero gli italiani dovettero aspettare lo scandalo delle intercettazioni, scoppiato nell'estate del 2007, nel secondo anno del governo Prodi. Sotto i riflettori finì Agostino Saccà, allora a capo di Rai Fiction, ex-direttore generale, pizzicato in atteggiamento equivoco e servile a prendere ordini dall'allora capo dell'opposizione nonché padrone della ditta concorrente. I servizi richiesti andavano dalla scelta dei sceneggiati, al concorso in trame volte a buttare giù il governo in carica, alla sistemazione di qualche morosa. La parabola di Saccà è emblematica di molte delle tante anomalie della tv nostrana. La carriera comincia a sinistra e finisce a destra, ma non gli si può dare torto. Il potere, per ora, è certamente di là. E' figura salottiera, lo ritroviamo in prima fila allo spettacolo di Benigni. Non rinnega l'obbedienza politica, anzi, la rivendica nell'intervista-fiume rilasciata a SkyTg24 dopo il suo trasferimento alla direzione Commerciale della Rai e pubblicata interamente nel libro. Sono 10 pagine di testo, dunque una valanga di minuti in video, il tempo concesso ad una star. Ma in quale altro paese al mondo l'alto ascolto di una rete la sera precedente diventa notizia di apertura del tg “pari a quella sulla crisi di governo o alla scoperta del vaccino contro una malattia infettiva”?
   Sono i sintomi del telegime denunciato da Mazzetti. Il giorno in cui nessuno di noi conoscerà il nome del direttore del telegiornale di turno capiremo di vivere in un paese normale. Un paese nel quale si sarà fermata la macchina delle bugie.
  
vedi anche LA FABBRICA DEL FALSO
http://www.vigiliamoperladiscarica.it/VIGILIAMo_plus/articolo.php?subaction=showfull&id=1235469431&archive=&start_from=&ucat=5&

News da Napoli,Roma,Palermo,Fragagnano,Africa  
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=60301&sez=HOME_INITALIA
«Rifiuti stoccati in siti sotto sequestro» Ecco l'inchiesta che allarma Bertolaso
NAPOLI (30 maggio) - Siti di stoccaggio e tonnellate di rifiuti I passati da una mano all’altra, trasferiti dalla gestione privata a quella pubblica nei giorni in cui la Campania provava a lasciarsi alle spalle la crisi rifiuti. È da qui che parte l’inchiesta sulla gestione governativa dell’emergenza in Campania, è da qui che nascono le indagini che tanto hanno fatto arrabbiare Guido Bertolaso. Un’inchiesta che parte dal solco del processo Romiti-Bassolino, che ha provocato la reazione del numero uno della Protezione civile, che due giorni fa ha ricordato l’imbarazzo per gli interrogatori di generali e commissari in Procura a Napoli.
La svolta si registra tra settembre e ottobre. Bastano due settimane al pm Giuseppe Noviello (titolare dell’accusa a carico del commissariato antirifiuti assieme al collega Paolo Sirleo) per ascoltare nel suo ufficio alcuni commissari ad acta che hanno ereditato da pochi mesi la gestione degli ex impianti di cdr in Campania. Una mossa che ha fatto scattare l'allarme nel pool antirifiuti: quei siti di stoccaggio - secondo gli inquirenti - sono nient’altro che discariche a cielo aperto, a causa della (critica) gestione del ciclo di smaltimento rifiuti in Campania. Sono corpo del reato della presunta truffa che chiama in causa imprenditori e pubblici amministratori: discariche che tocca alla Fibe (grande imputata nel processo rifiuti) smaltire, con costi che spetta al gruppo Impregilo e non allo Stato affrontare. Stesso discorso per le balle stoccate e trasmesse da Fibe ai commissari ad acta: sono spazzatura, non andavano stoccate in Campania - ragionano gli inquirenti - vanno rimosse a spese della Fibe. Di qui gli interrogatori dei nuovi potenziali testimoni. Tecnicamente si tratta di «sit», (sommarie informazioni), a carico di soggetti non indagati, va chiarito, ma potenzialmente informati dei fatti. Di qui la sfilata di generali (anche a tre stelle) di alti esponenti del sottosegretario Bertolaso, di ufficiali messi a gestire gli ex cdr, diventati con il decreto Berlusconi "stir" (stabilimenti di tritovagliatura).
In pochi giorni in Procura, arrivano Marcello Fiori, capo missione del coordinamento Protezione civile del sottosegretario all’emergenza rifiuti; il generale di brigata Sandro Mariantoni, capo missione tecnico operativa; Franco Giannini, vicario del sottosegratario Bertolaso; Gianfranco Giardella, commissario ad acta. Ma cosa vuole sapere il pm Noviello dagli uomini nuovi del governo? La domanda ricorrente è questa: siete al corrente del fatto che siti di stoccaggio e rifiuti sono sotto sequestro? Sapevate che tocca alla Fibe la rimozione di montagne di rifiuti? Laconiche, in alcuni casi, le risposte: «Forse - spiega un commissario - siamo stati tratti in inganno dall’espressione ”siti”». E ancora: «Non sapevo che erano sotto sequestro, avevamo chiesto chiarimenti in Protezione civile, senza avere risposte».
Palermo, cassonetti incendiati e protesta spazzini. Franceschini: è emergenza A scatenare la tensione l'aumento del 30% della tassa sui rifiuti in una delibera della giunta di centrodestra
http://cianciullo.blogautore.repubblica.it/2009/05/28/rifiuti-cronache-dal-dubbio3/
Rifiuti: cronache dal dubbio/3 Roma, Torrino Sud. Ultima tappa della via crucis della raccolta differenziata a Roma: ovvero come trasformare una buona idea con un alto livello di consenso in un oggetto impopolare.
L’introduzione del principio della raccolta porta a porta, indicata da tutti gli esperti come un passaggio fondamentale per arrivare a una gestione dei rifiuti avanzata e in linea con le indicazioni europee, a Roma comincia ad assumere toni surreali. E non si può liquidare la questione dicendo che si tratta solo di casi particolari: che le cose funzionino male in un singolo quartiere può apparire trascurabile in una logica nazionale, ma è collezionando singoli fallimenti che si rischia il disastro collettivo. Al Torrino, come si legge nelle cronache romane di Repubblica, la raccolta porta a porta è stata inaugurata in pompa magna a febbraio ma i bidoni non sono stati mai disimballati: restano in strada con la scritta – ecco la pennellata surrealista - «Questo contenitore non dovrà essere utilizzato prima del giorno 16 febbraio 2009». A chiudere il quadro, una non trascurabile nota economica. Gli abitanti del Torrino, che si sono dichiarati favorevoli alla raccolta porta a porta, protestano perché nel passaggio da un sistema all’altro è successo - così, marginalmente - che le loro bollette per i rifiuti siano salite del 30 per cento. Una crescita considerata non (eco)sostenibile.
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PALERMO (30 maggio) - Sale la tensione a Palermo sul tema dei rifiuti e il leader del Pd parla di «emergenza drammatica». Nella notte sono stati incendiati decine di cassonetti stracolmi di rifiuti, mentre 200 dipendenti dell'Amia, l'ex municipalizzata che si occupa della raccolta dei rifiuti nel capoluogo, sfilano in corteo a Palermo. Alla base della protesta vi sono la crisi economica in cui versa l'azienda e la sicurezza sul lavoro. Da giorni si astengono dal lavoro straordinario, cosa che ha provocato effetti immediati: la città è invasa dall'immondizia.
A scatenare la tensione l'aumento del 30% della tassa sui rifiuti (Tarsu) previsto in una delibera della giunta di centrodestra guidata dal sindaco Diego Cammarata. I consiglieri comunali di opposizione, hanno paralizzato la discussione con oltre 1200 provvedimenti. Il dibattito politico. Il consigliere comunale del Pd Maurizio Pellegrino, ha indicato, tra i principali evasori della Tarsu, la fondazione Teatro Massimo, presieduta dallo stesso sindaco di Palermo. Cammarata, in qualità di vertice dell'ente che gestisce il teatro, dunque, sarebbe debitore nei confronti del Comune di 101.826,52 euro.
Franceschini: emergenza drammatica. «Ho girato per le strade di Palermo, ho visto una drammatica emergenza rifiuti - spiega Dario Franceschini, a Palermo per un appuntamento elettorale - sono stanco delle falsità politiche. Su questa situazione è scesa una cappa di silenzio perchè siamo in una regione e in una città amministrate dalla destra, mentre l'anno scorso è stata fatta tutta una campagna elettorale sull'emergenza rifiuti a Napoli». Franceschinid enuncia il fatto che «il governo non dice nulla su cosa sta succedendo a Palermo - ha aggiunto - non vogliamo strumentalizzare, ma un po' di verità gli italiani se la meritano».
Fragagnano
Negata dalla Regione la Valutazione Integrata Ambientale per un impianto a biomasse richiesto dalla Setrif srl. vedi Bollettino Regione Puglia n.22.5.2009 pag.8946 http://www.regione.puglia.it/burp_doc/pdf/xl/N074_22_05_09.pdf come Vigiliamo ha annunciato il 19.2.2009 http://www.vigiliamoperladiscarica.it/VIGILIAMo_plus/articolo.php?subaction=showfull&id=1234878199&archive=&start_from=&ucat=5& e il 23.12.2008 http://www.vigiliamoperladiscarica.it/VIGILIAMo_plus/articolo.php?subaction=showfull&id=1230067436&archive=&start_from=&ucat=5&
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&ID_articolo=6249&ID_sezione=38&sezione=News
AFRICA NEWS 30/5/2009 - LA DENUNCIA DI (BASEL ACTION NETWORK)
L'Africa sommersa da un'onda di tecno-rifiuti inservibili
La EarthECycle di Pittsburgh finge di riciclare i rifiuti elettronici dei cittadini Usa ma poi li scarica sulle spiagge del continente nero, dove vengono bruciati provocando dense colonne di fumo tossico
Secondo l’ultimo rapporto «Ban» (Basel Action Network), l’ondata di rifiuti hi-tech ha raggiunto l'Africa. Gli scarti tecnologici dei paesi ricchi prendono la via di quelli in via di sviluppo con la pretesa di rimediare al «divario digitale»: ma invece di finire tra le mani di chi ne ha bisogno, finiscono in enormi discariche inquinanti. La denuncia è ripresa da Punto Informatico nell'articolo "Non c'è crisi per i tecnorifiuti". Il reportage scopre un
finto riciclo di rifiuti elettronici da parte della EarthECycle che da Pittsburgh sbarca in Africa.
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http://www.greenreport.it/contenuti/leggi.php?id_cont=19750
26/05/2009 Globalizzazione e ambiente di Pietro Greco
ROMA. Fiumi d’inchiostro sono stati versati e nubi di bit sono state insufflate sugli effetti economici e sociali della globalizzazione. Sappiamo che l’apertura dei mercati, dopo il crollo del muro di Berlino e almeno fino alla grande crisi che stiamo vivendo in questi mesi, ha determinato un forte aumento dell’economia mondiale, ma anche un insopportabile stress sociale. Mai la Terra è stata così ricca, mai sulla Terra c’è stata tanta disuguaglianza.
Ma qual è stato l’effetto ambientale della globalizzazione? La risposta non è chiara. Tuttavia il recente articolo, The environmental consequences of globalization, pubblicato sull’ultimo numero di Ecological Economics da Jungho Baek e Yongsung Cho, dell’università del North Dakota (Usa), insieme a Won W. Koo, dell’università Corea di Seul (Corea del Sud), ci forniscono buone indicazioni. I tre studiosi hanno preso in esame una serie di paesi – a economia sviluppata e a economia in via di sviluppo – cercando di verificare quale impatto sulle emissioni di anidride solforosa hanno avuto sia l’aumento della ricchezza, sia l’apertura dei mercati. Lo studio è molto articolato. Ma in estrema sintesi i risultati sono questi. Nelle economie avanzate sia l’aumento della ricchezza sia l’apertura dei mercati è stata accompagnata da un miglioramento della qualità ambientale. L’inquinamento da anidride solforosa è diminuita ed è diminuita anche l’intensità di emissione (le emissioni per unità di ricchezza). In realtà ciò si è verificato dopo che i paesi hanno raggiunto l’apice della curva di Kuznets: la curva che correla appunto inquinamento e ricchezza prodotta. Questa curva, storicamente, ha un andamento a campana. Dapprima l’aumento della ricchezza si traduce in un aumento dell’inquinamento. Ma, toccato un apice, si verifica il disaccoppiamento: le ricchezza continua a crescere, mentre l’inquinamento diminuisce. La qualità ambientale diventa un valore. L’apertura dei mercati ha accentuato questo andamento nelle grandi economie dell’occidente – dagli usa al Giappone, dalla francia alla Gran Bretagna. Esiste tuttavia una zona grigia in cui questo andamento non si è confermato. In paesi come la Grecia, il Portogallo e la stessa israele sembra che il punto di svolta nella curva di Kuznets non sia stato raggiunto. Ciò è ancora più vero nei paesi in via di sviluppo. Dalla Turchia allo Sri lanka, dal Messico al Perù sia l’aumento della ricchezza, sia la maggiore apertura dei mercati ha prodotto maggiore inquinamento. La globalizzazione ha prodotto un peggioramento della qualità ambientale. C’è una sola eccezione a questa regola generale: la Cina. Nel grande paese asiatico l’intensità delle emissioni è diminuita con l’aumentare della ricchezza e l’apertura dei mercati. La Cina si sta già comportando come una grande economia matura.
Ma c’è un altro aspetto che i tre studiosi sottolineano: ed è il nesso di causalità. Nelle economie avanzate è l’aumento della ricchezza e l’apertura dei mercati che determina una maggiore qualità ambientale. Nelle economie emergenti l’apertura dei mercati ha determinato un deterioramento dell’ambiente, corroborando la cosiddetta pollution haven hypothesis: in pratica le industrie più inquinanti sono migrate dai paesi a economia matura ai paesi a economia emergente, attratti dalla mancanza di norme stringenti. In pratica in questi paesi è il peggioramento della qualità ambientale che ha aiutato la crescita della ricchezza e l’aumento dei commerci.      
DISSENSO SU RIFIUTI ZERO  http://www3.varesenews.it/busto/articolo.php?id=142299
Busto Arsizio Rifiuti zero? Cicero: "Demagogia, stupidaggini"
Il presidente di Accam è netto: "O si fa il revamping o l'impianto chiude e si va all'emergenza rifiuti" ripete. "Quello di Vedelago è un modello completamente diverso" «"Modello Vedelago?" Se devo prestare fede alle immagini che vedo sul loro sito, fanno a mano una differenziata che si può eseguire a macchina. Poi vedo che parlano di 35 tonnellate al giorno, qui da noi ad Accam parliamo di 400 da gestire». Paolo Cicero non si lascia distogliere da nulla: da mesi ha una cosa sola in testa, il revamping, il rinnovo integrale dell'inceneritore che Accam, di cui è presidente, gestisce. «Lì si differenzia a valle, qui a monte, lo fanno i cittadini. Da noi tutto ò che non può essere recuperato con la raccolta differenziata o va al digestore anaerobico, per l'umido, o va all'incenerimento, per il resto. Chi vuole far credere che esista la situazione "rifiuti zero" produce demagogia e stupidaggini, sono cose fantasiose». La California di Terminator Schwarzenegger, non a caso austriaco, ci crede: ma si sa, in fatto di produzione di stupidaggini la terra di Hollywood è imbattibile. «Poi per carità: è auspicabile che tutto possa essere riciclato, e continuamo a muoverci in quella direzione. Molti Comuni sono già al 60% e oltre di raccolta differenziata, col tempo si potrà fare ancora meglio e diffondiamo questa cultura a partire dai bambini delle scuole. Ma resterà sempre una frazione non ulteriomente reimpiegabile: ed è dimostrato che le discariche sono più dannose degli inceneritori». Cicero riconosce che quello proposto dai sostenitori di questo modello alternativo di gestione dei rifiuti è un sistema profondamente diverso. Sul piano gestionale, più che su quello tecnologico. «Cosa dobbiamo dire ai cittadini? Di non fare più la raccolta differenziata? Lo stesso assessore regionale Buscemi in un convegno a Lonate ha parlato degli impianti per la selezione automatizzata dei rifiuti, dicendo che gli sembrava quasi di bestemmiare, rispetto a una prassi stabilita... E non è che non conosciamo anche novità tecnologiche ad Accam» dice Cicero, «sono stato anche a Barcellona a visionare gli impianti locali. E mi piacerebbe installare qui un centro di ricerche sull'eliminazione dei rifiuti tramite dissociazione molecolare. Impianti pilota ci sono», il problema è darvi applicazione a livello industriale, creare un'economia di scala. E non è comunque sostitutivo della raccolta differenziata. Mentre si chiacchiera di ciò che è possibile domani, il problema è però oggi: e Cicero è il primo a dirlo, forse senza rendersi conto di aver appena usato lo stesso sistema per sgusciare dal paragone con l'ambito veneto. «Accam deve essere ristrutturato per rispettare i limiti di emissione e le prescrizioni di AIA e GRTN, altrimenti non avremo le autorizzazioni e dovremo chiudere, si andrà all'emergenza rifiuti». Oltrettutto, non arriverebbero più i famigerati incentivi CIP6 e i certificati verdi, ossigeno finanziario da tre milioni l'anno senza il quale non si tira avanti. Cambiare o morire: per Accam il momento è decisivo e si attende che la politica si rassegni a trovare il modo di comunciare ai borsanesi che l'impianto non chiuderà più nel 2019. Tavolo Accam, come vuole il PD? «Sono disponibile a dare tutti i chiarimenti del caso ai consiglieri, non c'è problema» assicura Cicero. «Non posso più fare politica, e me ne dispiace, ma da amministratore di società farò la mia parte. Non è però il momento di perdere tempo» ripete. «Oggi si parla a sproposito, parlare si poteva fino a un anno fa, ora siamo con l'acqua alla gola. La politica dove esprimersi, dirci per l'anno 2015, che so, vogliamo una situazione tot». Il messaggio è rivolto, beninteso, a tutti, amici e meno. 25/05/2009
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OPPORTUNITA' DAI RIFIUTI   INIZIATIVE IN CARCERE
http://ilrestodelcarlino.ilsole24ore.com/forli/2009/05/27/183487-recupero_rifiuti_elettrici.shtml
Dal recupero di rifiuti elettrici un'opportunità di lavoro per i detenuti
Dallo smontaggio di apparecchiature dismesse si recuperano le materie prime. E' il laboratorio che vedrà impiegati i detenuti della casa circondariale, grazie ad un accordo fra enti pubblici e cooperative socialiForlì, 27 maggio 2009 - Il recupero delle apparecchiature elettriche ed elettroniche entra in carcere. E’ stato sottoscritto oggi nella sede della Provincia di Forlì-Cesena il progetto ‘Raee in carcere’ per il reinserimento lavorativo dei detenuti della casa circondariale di Forlì. L’iniziativa, lanciata dal ministero della Giustizia, dal ministero del Lavoro e dalla Provincia romagnola, vede la collaborazione del consorzio Ecolight, insieme al Centro Servizi Raee, alla cooperativa sociale Gulliver, al Gruppo Hera Spa e Techne Scpa, Cclg spa, Confederazione Nazionale Artigianato Forlì Cesena, oltre all’amministrazione penitenziaria di Forlì. Il progetto prevede la realizzazione di un laboratorio dove, attraverso lo smontaggio dei rifiuti elettrici ed elettronici, si arriva alla separazione dei diversi materiali per il recupero di materie prime seconde. Alla cooperativa Gulliver saranno affidate le commesse e la gestione del laboratorio; al consorzio Ecolight invece, il conferimento e il ritiro dei raee, nonché il pagamento per la lavorazione dei rifiuti. Secondo l’accordo di cooperazione, nel laboratorio è previsto l’impiego di due o tre persone, con impegno di 25 ore settimanali ciascuna, per smaltire circa 300 tonnellate all’anno, in grado di permettere un flusso di lavoro costante e, nel tempo, l’impiego di un numero crescente di lavoratori. L’obiettivo dichiarato è formare persone con ‘’competenze professionali e trasversali adeguate per raggiungere un’occupazione stabile nelle imprese profit del territorio’’, spiega Giancarlo Dezio, direttore generale di Ecolight, sistema collettivo in grado di trattare tutte le tipologie di raee. Ecolight, costituito nel 2004, è uno dei maggiori sistemi collettivi per la gestione dei raee. Il consorzio, che raccoglie oltre mille aziende, è il terzo a livello nazionale per quantità di immesso e il primo per numero di consorziati. Rappresentando più del 90% del settore, è punto di riferimento per la grande distribuzione (Gdo) e per i produttori di apparecchi di illuminazione.
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25 May 2009

COMITATO VIGILIAMO PER LA DISCARICA